STIMA CHE NON FA MALE di Andrea Canevaro

Cosa è la marginalità? Questa è una domanda che può avere molte risposte. E ci si può girare attorno dicendo che una persona può essere marginale solo rispetto a qualcosa.

La gratuità della stima.

Bisogna lottare contro la povertà, che è soprattutto assenza di speranza e di stima da parte di altri con cui possono essere condivisi valori proiettati al futuro. Non dobbiamo farlo con la compassione, inventando o esagerando fragilità altrui. Quello che ci vuole è la giustizia. Che ha bisogno di ricerca seria. La speranza, dice il vocabolario è attesa viva e fiduciosa di un bene futuro. Sembra qualcosa di casuale e che dipenda dall’atteggiamento di chi la vive. Come si dice: c’è chi vede il bicchiere mezzo vuoto e chi lo vede pezzo pieno. Questo ultimo avrebbe speranza. L’altro, non l’avrebbe. Ma cosa ne può? Sembra che, così messa, la speranza sia come il coraggio di don Abbondio: c’è chi lo ha e chi non lo ha. L’etimologia del termine ci fa capire che contiene il “tendere a”, “aspirare”. Ma, si può dire, questo non cambia i connotati sostanziali della speranza: chi non tende a star meglio? E solo per questo vive la speranza? E’ difficile immaginare che qualcuno parli di speranza e sia rivolto al passato, per bello che sia stato. Sperare è aprirsi al futuro. Un’espressione francese dice che ogni cuore è abitato, almeno una volta, dalla speranza. In una favola di Lafontaine, a proposito di un uomo vecchio che spera di conquistare una fra tre fanciulle, si dice che è meglio che non si illuda: quittez le long espoir et les vastes pensées. Abbandoni la speranza troppo ampia e i pensieri troppo vasti. Significa che il futuro deve essere misurato sul possibile, e non lasciato nel vago di un tempo impossibile. La speranza è il tempo. Se il tempo ha una buona qualità, può contenere speranza. Questo significa che chi vive in un’emergenza continua, per carenze, povertà, oppressione, ha molte difficoltà a vivere la speranza, perché non ha davanti il tempo. E anche chi vive nella condizione di assistito in tutto e per tutto, senza pause, di assistito totale e puntuale, senza mai attendere neanche un bicchier d’acqua quando avesse seta perché chi assiste previene ogni suo bisogno, non vive il tempo e quindi non può vivere la speranza. I prigionieri dei campi di sterminio erano impediti nel vivere il tempo e quindi la speranza. Il loro tempo era di attese insensate, di fatiche inutili, e non aveva alcuna caratteristica per poterlo vivere con buona qualità. E questo era per impedire che si alimentasse anche solo un filo di speranza.

I prigionieri vivevano un processo di disumanizzazione. La poca alimentazione, le fatiche senza senso, l´impossibiltá di avere uno spazio intimo, la proibizione di esprimere l´appartenenza a un gruppo religioso o politico… tutto questo aveva un elemento forte comune, che soprattutto diceva. “tu sei disprezzabile!”. Il disprezzo è il contrario della stima. E senza stima non abbiamo speranza. Con la stima, arriva la speranza.

Speranza è il tempo e l’attesa. Ma se l’attesa è di qualcosa di impossibile, cresce la disperazione. Non si può attendere che un danno irreversibile si trasformi in malattia e permetta una guarigione. Questa attesa diventa disperazione. Non pensiamo che tutto questo sia legato a un dato naturalistico. Si può imparare a vivere il tempo. Anche il tempo dell’attesa. Si può imparare a vivere attese possibili. Gli storici sono molto attenti a quella che chiamano periodizzazione. Sanno che una certa periodizzazione, ovvero un modo di contrassegnare la memoria storica con un avvenimento (ad esempio: l’unità d’Italia) è fondamentale per osservare, interrogare e capire. L’enfasi relativa a certe date (l’11 settembre, e le torri di New York), può farci credere che per tutto il mondo ci sia una storia prima di quella data, e un’altra storia dopo. E questo anche se una gran parte del mondo non utilizza quel tipo di calendario, e una parte del mondo che lo utilizza in quella data percepisce un diverso avvenimento. Una certa periodizzazione, enfatizzata, può chiudere gli orizzonti.

Tu quando hai perso la speranza? E quando hai ripreso a sperare? Rispondiamo a queste domande e riappare la stima.

La marginalitá è non avere nessuno che ci stima. E non stimarsi, ossia non avere la stima di sé…

 

Ma la questione della stima non risolve tutto. Da chi vogliamo essere stimati? Saremmo contenti di essere stimati da gente della camorra? O da nazisti? O vogliamo essere stimati da chi non desidera altro che fare i propri comodi? Forse dobbiamo domandarci proprio questo: da chi vorremmo essere stimati? A volte ci sembra che la stima di una sola persona, ma importante e particolare, sia quella che vorremmo avere. E non è detto che sia la stima di una persona che possiamo incontrare. Ho conosciuto una persona – faceva il barista – che ci teneva molto a essere stimato da un filosofo dell´antichitá, Platone. E immaginava cosa potesse dire Platone delle cose che pensava e faceva. Naturalmente rischiava di costruire un Platone immaginario, una specie di fantasma che puó diventare anche incubo …

La risposta alla domanda su chi vorremmo che ci stimi ha una certa importanza. E si porta dietro – come le ciliegie: una tira l´altra … - altre domande: siamo abbastanza liberi per poter desiderare davvero noi chi vorremmo ci stimi? O siamo condizionati nelle nostre scelte? Un po´condizionati lo siamo inevitabilmente. Ma ne abbiamo coscienza o ci crediamo liberi essendo invece schiavi? E´chiaro che io sono venuto al mondo in una certa parte del mondo e in una epoca e non in un´altra. Come dovrebbe essere chiaro che mi arrivano continuamente informazioni sonore, visive, olfattive, tattili … che mi portano a fare alcune scelte piu facilmente di altre. Ma questi condizionamenti non sono equiparabili al lavaggio del cervello che impedisce a qualcuno di capire dove si trova e come puó pensare e agire. Non sono paragonabili alle condizioni in cui ci si puó trovare per dipendenza, per esempio da alcol, da droghe, da gioco d´azzardo, ecc. C´è un salto brusco dal condizionamento di una normalissima situazione che chiamerei storica (la mia storia) e il condizionamento forzato e violento di cui ho fatto qualche esempio. Ma credo che anche nei condizionamenti forzati possano esservi momenti in cui si riesce a tenere a bada “la scimmia” ed a vivere uno sprazzo di libertà che permette risposte piú nostre a quelle domande.

 

Mohammad Yanus, premio Nobel per la Pace, è famoso per aver creato il microcredito. Ha, cioè, permesso che persone solitamente respinte dal sistema bancario, potessero avere accesso a piccole somme, utili a sostenere una piccola attività imprenditoriale. Poteva essere la vendita di uova, delle proprie galline, al vicino mercato. O la vendita porta a porta di latte della propria mucca. Il piccolo credito permetteva di avere proprie galline e una propria mucca. E ricavarne un commercio. Yanus ha puntato soprattutto sulle donne, che sono state le principali beneficiarie del microcredito. Yanus ha dunque scelto, nella popolazione meno stimata, le meno stimate. Appunto le donne.

Lo strumento finanziario del microcredito ha estimatori entusiasti e critici attenti. Questi ultimi sottolineano che lo strumento non raggiunge l´obiettivo che l´ottimismo del suo inventore aveva descritto come la possibilità che una folla di persone scalze, cioè povere e marginali, si trasformasse in un gruppo di imprenditori. Non è stato cosí. Per una buona parte di persone che hanno usufruito del microcredito, vi è stata la scelta di un posto di lavoro dipendente, e chi non l´ha potuto raggiungere, in generale, è perché non ha trovato lavoro. Quindi il sogno di far diventare tutti imprenditori non si è realizzato. Ma gli studiosi del lavoro di Yanus sono largamente concordi nell’affermare che la sua iniziativa ha avviato ampi processi di conquista della propria stima in individui che oltre e forse più delle risorse materiali avevano proprio perso la stima. ci aveva fiducia in loro? Sembrava che fosse impensabile affidare loro un modestissimo gruzzolo di denaro per poter compare una gallina e venderne le uova. Yanus ha fondato una banca che stimava le persone più marginali come degne di un credito. Micro, ma sempre credito.

 

Essere stimato. E’ importante. Ma da chi?

 

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