MODALITA NON VIOLENTE PER CONTRASTARE L'AGGRESSIVITA'
MODALITA’ NON VIOLENTE PER CONTRASTARE L’AGGRESSIVITA’
Appunti liberamente tratti da una lezione di Ulrike Mattke, professoressa della Fachhoschule Hannover (18-19 maggio 2009, Facoltà di Scienze della Formazione di Rimini) di Benedetta Morri
L’incontro con Ulrike Mattke, professoressa della Fachhoschule di Hannover, si è aperto con un brainstorming realizzato dai partecipanti circa i fattori scatenanti dell’aggressività. Di seguito si riportano alcuni spunti:
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Repressione
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Inadeguatezza
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Un comportamento/situazione inaspettata
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Avvenimenti semplici della quotidianità: fame, sete, dolore..
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Paura
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Ingiustizia
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Ricerca di attenzioni
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Gelosia
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Insolenza gratuita
L’elenco può essere lunghissimo perché i fattori sono infiniti: ciò che deve fare quindi l’educatore è di indagare come fosse un detective questi avvenimenti.
Innanzitutto però, parlando di situazioni di aggressività, occorre fare una distinzione tra una reazione immediata e un’azione a livello pedagogico.
Nel primo caso si tratta di reazioni di difesa da attuare in maniera veloce e sicura in situazione di violenza: tutti gli educatori devono conoscere queste modalità, conoscere la scala dell’aggressività, le modalità di comunicazioni ed essere preparati a reagire con prontezza.
Nel secondo caso, si tratta invece di fare una diagnosi omnicomprensiva sfruttando i momenti in cui non si ha alcun conflitto in atto, per conoscere il soggetto e le variabili che possono scatenare il suo comportamento aggressivo.
LA REZIONE IMMEDIATA NEL CONFLITTO
INTERVENTO FISICO
L’educatore deve conoscere le tecniche di difesa, che devono essere sicure per chi viene aggredito, ma al tempo stesso per l’autore dell’aggressione. E’ fondamentale infatti rispettare i seguenti principi:
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Dignità e sicurezza di ogni persona
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Evitare mortificazione e umiliazione
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L’intervento fisico deve rientrare in una dimensione pedagogica
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Non può essere una sostituzione per ottenere altri obiettivi (es. impedire con la forza che qualcuno fumi), deve essere solo difensivo
E’ fondamentale agire solo se si è sicuri di avere successo, occorre quindi allenare alcune piccole pratiche:
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Se il soggetto mi graffia: esercito una pressione sulla mano per aprirla e la sposto
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Se mi tira i capelli: esercito una pressione sulla mano per aprirla e mi libero con una giravolta
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Se voglio fermare qualcuno che scappa via: afferro le maniche (all’altezza del polso o delle spalle)
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Se mi afferra un braccio con due mani: chiudo le mie mani a pugno e strappo via il bracco con forza
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Se due bambini si picchiano: due educatori afferrano i ragazzi per la maglietta (nella schiena) e li allontanano nelle direzioni opposte
E’ anche importante conoscere i propri punti deboli in eventuali situazioni di conflitto, soprattutto per le donne: gioielli, vestiti, mobilità etc. Occorre avere consapevolezza di tutto ciò che può essere pericoloso.
LA TEMPISTICA DEL CONFLITTO
L’educatore deve conoscere anche la “scala dell’aggressività”, ossia le varie fasi dell’atteggiamento aggressivo con le relative caratteristiche e manifestazioni (vedi grafico nelle schede a seguire).
La fase anteriore è la linea base di tranquillità.
Durante la fase di escalation si manifestano i primi segnali, dovuti a qualsiasi tipo di evento che viene interpretato dalla persona come minaccioso. E’ essenziale imparare a riconoscere questi segnali e discuterne in equipe, in maniera tale che ciascun operatore sappia intervenire tempestivamente distraendo il soggetto e aiutandolo a calmarsi.
Se non si interviene con prontezza, si accede ad una fase precedente alla perdita del controllo caratterizzata da tensione muscolare, stato di irrequietezza e urla: l’educatore non può/deve assolutamente perdere il controllo, ma tentare invece di intervenire con una comunicazione verbale adeguata e sintonizzando gesti e postura con l’utente.
Se si oltrepassa il limite di perdita del controllo, si raggiunge il culmine della scala ossia il livello acuto che si manifesta con attacchi fisici contro la minaccia. Si tratta di uno stato di agitazione che può durare alcuni minuti. Qui è necessario un intervento chiaro e fisico, accompagnato da una comunicazione tranquilla, che serva a rassicurare il soggetto (è molto utile chiamarlo molte volte per nome).
Quando la “crisi” è terminata, si scende alla fase del calmarsi: l’educatore deve trovare un luogo adatto per il rilassamento, lontano dalla minaccia, e continuare la comunicazione calmante. Si accede in questo modo alla fase posteriore caratterizzata da depressione, scuse esagerate da parte del soggetto, stanchezza, comunicazione delle emozioni e spesso pianto.
Come già detto, sottolineiamo nuovamente quanto sia fondamentale che l’educatore sia in grado di gestire la propria aggressività personale. Questo autocontrollo, unito alla conoscenza delle varie fasi, permette all’educatore di sentirsi competente e quindi tranquillo nell’attuare il proprio intervento.
Se infatti il bambino si comporta sempre nello stesso modo A, l’educatore non può rispondere sempre B, deve disporre di almeno 5 alternative di comportamento. Solo in questo modo può rompere il circolo vizioso: A genera B, B a sua vola genera A etc. L’educatore non può pretendere di cambiare direttamente il comportamento A del bambino, però può cambiare il proprio.
La comunicazione è un aspetto estremamente importante da curare, affinché sia pacata, con voce risoluta e decisa, senza bisogno di grida o di alzare al voce; occorre continuare a parlare durante tutto il percorso, ripetere spesso il nome del soggetto, formulare frasi brevi che rassicurino.
INTERVENTO PEDAGOGICO
Concetto basilare per un’azione più ampia a livello pedagogico è quello di diagnosi comprensiva, ossia una diagnosi che tenga conto delle tante variabili coinvolte in un atteggiamento di aggressività per poter capire i segnali e prevederli (vedi schede a seguire: Elenco domande per comportamento problematico e Elementi di una diagnosi comprensiva).
Queste variabili sono:
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Contestuali
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Dell’educatore
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Della situazione
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Dell’utente
E’ compito dell’educatore competente prestare attenzione a tutte queste variabili in gioco, ma anche le istituzioni (es. la scuola) hanno il dovere di prendere in considerazione questo problema senza minimizzarlo, per adottare adeguate misure di sicurezza.
Soltanto a partire da questo punto, si può elaborare un intervento finalizzato ad un cambiamento.
Nelle schede a seguire sono presentate diverse possibilità per un agire pedagogico di fronte a comportamenti aggressivi: vengono approfondite le misure per indebolire le situazioni di violenza, per cambiare le condizioni che causano e stimolano il comportamento aggressivo e le strategie per cambiare fattori del contesto. (vedi schede a seguire: Possibilità di azioni pedagogiche di fronte a comportamenti aggressivi 1 e 2, e Esempi di strategie per cambiare fattori del contesto)
NB: purtroppo le schede richiamate negli appunti non sono state caricate perchè troppo pesanti!!! Sorry!!!