RIFLESSIONI

Riflessioni di Andrea Canevaro

1. Dai testimoni alle tracce di un percorso.

Il percorso dell'integrazione, nella scuola e più in generale nella società, in Italia, ha una storia non breve. Lo si può dire prendendo in considerazione l'età dei protagonisti. Chi immaginasse che il processo integratore sia iniziato con la firma di leggi certo molto importanti, come la Legge 104 del 1992, trascurerebbe i percorsi che sono stati fatti da famigliari, da tecnici, da amministratori locali, da sindacalisti, da sacerdoti, da volontari, da giornalisti e pubblicisti...

Si assottigliano le possibilità di interrogare i testimoni. E il rischio che si perda la memoria si accompagna all'altro rischio costituito dalla contrapposizione delle testimonianze e della ricerca. In questo rischio vi è la doppia deformazione: delle testimonianze e della ricerca.

Le testimonianze vengono trasformate in folklore, un genere popolare che facilmente si confonde con il populismo.

La ricerca viene trasformata in una macchina produttiva di dati certi, e la scienza viene confusa con lo scientismo.

Ma le testimonianze si collegano alle tracce lasciate da testimoni, anche scomparsi. Su quelle tracce può muoversi chi fa ricerca, con la necessaria attenzione per non confonderle o cancellarle. Ma deve accettare il rischio di produrre risultati meno oggettivi e certi di quanto esiga la caricatura della scientificità.

Non è semplice seguire delle tracce, specialmente nel terreno che chiamiamo dell'integrazione. Schematicamente, indichiamo tre cause di difficoltà:

- la difficoltà di capire ciò che sta accadendo.

- la difficoltà a seguire orme di precari.

- la difficoltà di passare dall'integrazione all'inclusione.


Cosa sta accadendo? E' davvero difficile poter affermare di saperlo. O meglio: intuiamo che ci sia un'azione di distrazione continua, buttando in primo piano piccoli proclami - meritocrazia... maestro unico... grembiulino... cinque in condotta... classe per gli immigrati..., classe-ponte...- e continue indicazioni di cifre che il giorno dopo vengono corrette - 47 mila posti in meno... no, 18 mila... -.

Distrazione continua secondo la vecchia tecnica dei mariuoli: portare l'attenzione altrove, per essere in grado di agire indisturbati più agevolmente. Il mariuolo sfila di tasca il portafoglio. Temiamo che, distraendo le attenzioni, venga manomesso il sistema scolastico pubblico. E anche quello universitario.

Vi è anche la possibilità che su dieci proclami lanciati, se ne perdano nove nel giro di poco tempo, ma uno arrivi a segno. E chi ritiene che tanto sia stato proclamato, ma tutto sia come prima, magari compiacendosi di aver agito per impedire guai; chi si illude in questo modo, potrebbe essere sorpreso scoprendo che basta un solo proclama su dieci, diventato fatto concreto, a produrre tanti danni al sistema formativo pubblico...

I proclami possono riguardare aspetti dell'organizzazione scolastica lontani dalle reali necessità su cui viene richiamata l'attenzione ma che vengono trascurate e lasciate senza risposta, che è un modo di rispondere.


Come seguire tracce che cambiano continuamente, per un continuo precariato di chi le lascia? Non crediamo che sia giusto mantenere la funzione di insegnante specializzato per il sostegno all'integrazione in una marginalità che non permette valorizzazione attraverso le competenze, e che fa di questa funzione una corvée transitoria, un passaggio forse utile per cercare di raggiungere una funzione di insegnamento disciplinare ordinaria.

La precarietà impedisce una progettazione ampia e inclusiva. Come progettare sapendo che la funzione "del sostegno" è un'incognita: risarà ancora? E se risarà, chi la assumerà? E chi la assume, come può incrementare le proprie competenze in relazione al progetto, se sa che la sua presenza ha scadenze a vista?

Vi è stata la teorizzazione del "sostegno a scadenza", della non-professionalizzazione del "sostegno". Temiamo sia una riflessione che parte da una considerazione statica della funzione del "sostegno". Ma perché non proporne una valorizzazione legata ad una sua evoluzione? Perché non trasformare la spesa per questa funzione in investimento sulle competenze diffuse, di cui la scuola dell'integrazione ha bisogno?


La difficoltà di passare dall'integrazione all'inclusione sembra legata più a questioni linguistiche che al significato dei termini. Se vogliamo approfondirne il significato, dobbiamo convenire che l'inclusione, con la forza di un riferimento ad un ecosistema aperto, è un passo avanti di grande importanza. Schematicamente, notiamo:

- inserimento: la presenza di un soggetto con caratteristiche specifiche in un contesto ordinario.

- integrazione: la presenza di un soggetto con caratteristiche specifiche in un contesto ordinario che viene adattato ai bisogni del soggetto integrato.

- inclusione: la presenza di un soggetto con caratteristiche specifiche in un contesto ordinario che viene connesso ad altri contesti, in un processo ecosistemico non definibile a priori.


2. La documentazione.

In Arcadia, ogni pastore è poeta. Potremmo illuderci, credendoci in una nuova Arcadia, dove ogni insegnante, e forse ogni bambino, è ricercatore e scienziato.


Oppure potremmo considerarci sapenti, che illuminano, con la  loro scienza, il mondo di chi vive nell'oscurità. Con la loro scienza: sono i padroni del sapere, ma, generosi, lo mettono a disposizione. Conoscono tutte le situazioni di disabilità, ne hanno una conoscenza indiscutibile: scientifica! E la mettono a disposizione. Cosa si può fare di più o di meglio?


Nel mito fondatore delle nostre vicende. Il "tecnico" Itard fa vivere al "ragazzo selvaggio" un protocollo di trattamenti educativi in cui gli insuccessi sono numerosi. La governante , Madame Guérin, coinvolge il giovane nella gestione della quotidianità domestica. Il film Il ragazzo selvaggio di François Truffaut - del 1969 -, fedele alle fonti che sono i rapporti di Itard, illustra tanto il percorso tecnico che quello domestico. Confessiamolo: il secondo molto più interessante del primo.


Quando amici di altri Paesi ci domandano come mai da noi è accaduto quello che è accaduto, e non ci sono istituti o scuole speciali, che risposta possiamo e sappiamo dare?

Proviamo a rispondere partendo da una parola: indignazione. Ma questa parola, come tante altre, ha avuto un logorio ed un abuso notevoli. Come mai? La piccole storia di ciò che é accaduto per la prima integrazione, dovrebbe farci capire che l'indignazione nasceva dalla scoperta, attraverso i canali dell'informazione che viene indicata come "di massa", di realtà insospettate. Proprio l'informazione "di massa" è nel frattempo diventata uno  strumento di manipolazione "di massa", e fa scattare indignazioni non sempre autentiche e condivisibili - si pensi alle promozioni a favore dell' <intolleranza zero> -.

Il periodo a cui ci riferiamo permetteva agli italiani di scoprire il giornalismo investigativo. Era il tempo de Il GiornoEspresso, de Il Mondo di Pannunzio...C'era stato un grande fenomeno popolare come il filone dl film neorealista che permetteva di capire che la violenza della povertà non era destino inevitabile ma ingiustizia diffusa. Ci furono scrittori come Italo Calvino - La giornata di uno scrutatore (1963) -, Pier Paolo Pasolini - Passione e ideologia (1960), Scritti corsari (1975) - che videro realtà conosciute da molti anni da specialisti senza mai indignarsi, mentre gli scrittori si indignarono e trasmisero indignazione. Come mai? diretto da Italo Pietra, del primo

Questa storia minore è molto densa. Ci furono processi (A Diletta Pagliuca, nel 1971, per l'isituto/lager di Grottaferrata, ad esempio -. L'immagine è importante. E vi erano immagini di campi nazisti: accostate a quelle di istituti per minori disabili, non potevano lasciare indifferenti.

Sacerdoti come don Zeno di Nomadelfia o don Facibeni dell'Opera della Madonnina del Grappa si indignarono e trasmisero indignazione, scoprendo come le facciate di opere religiose di carità potessero nascondere violenze ed esclusioni.


L'indignazione mosse molti all'impegno diretto, personale. Come riattivare un'indignazione che non sia manipolata? Come documentare per attivare una partecipazione che dall'indignazione faccia nascere partecipazione?


La motivazione per la consegna - il 3 marzo 2005 - della Bussola dell'Educazione, da parte del Villaggio Italo-Svizzero di Rimini a Luigi Ciotti, diceva:

Ci hai detto che il giorno in cui lo stupore non ci raggiungerà più nell'incontro con gli altri, quello sarà un giorno difficile, perché l'incontro con gli altri - anche se a volte è faticoso - deve sempre causare stupore.

Ci hai detto la solidarietà sbandierata non è quella che ci vuole.

Ci hai detto che i diritti o sono esigibili o sono un inganno.

Ci hai detto che bisogna stare dalla parte delle vittime, anche quando starci vuol dire essere disprezzati, come sono disprezzate le vittime della droga, dell'usura, delle doppie verità, dell'esclusione delle diversità, dell'impostura della clandestinità.

Ci hai detto che c'è un diritto alla rabbia, e che la rabbia va resa costruttiva.

Ci hai detto che la legalità deve essere la nostra strada, il nostro modo di vivere, ma anche la nostra sfida, il nostro rischio.

Ci hai detto tante cose, belle faticose, impegnative difficili.

Ma soprattutto hai vissuto, vivi e vivrai tutto questo. Mai da solo, sempre alla ricerca di altri, sapendo che chi appare come relitto umano è tuo maestro, tua maestra, e che può essere con te nella liberazione continua.

Per questo ti diamo il segno di chi conosce la Stella Polare e la Croce del Sud, e può indicare la strada facendola. Insieme.


3. Le competenze inclusive nel tempo della crisi.

Si può vivere la crisi come una guerra. Anche una guerra fra poveri. Notiamo tre aspetti:

-         la continua provocazione al conflitto da parte di chi ha responsabilità di governo.

-         L'abilità, indiscutibile, di fare in modo che il conflitto si allontani da chi lo ha provocato e si sposti, figuratamene, in periferia, coinvolgendo, ad esempio, enti locali in precedenza ridotti all'impotenza e indotti, a loro volta, a spostare, meno abilmente, su vincitori di appalti le conseguenze dell'impoverimento.

-         L'uso della menzogna seguita da smentite continue che rendono labirintiche le ricerche di verità.

La guerra è la continua alterazione della verità. Per questo, e per combattere la guerra, non è importante scendere in campo nel conflitto, ma cercare la verità, cercare di farla emergere. Per questo, la documentazione è importante.


Le competenze sono plurali. E possono, per questo, fornire sorprese. Non rinunciamo alla pluralità in nome di una categoria diagnostica o del binomio micidiale maestro unico/alunno unico.

La rinuncia alla pluralità porta a false scelte: Parassiti o predatori? E' un processo di disumanizzazione.

Il processo di umanizzazione  è documentazione e incontro. Come? Facciamoci delle domande oneste e cerchiamo di rispondere, magari documentando...








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