Incontro tra Yousef ed Erik: un palestinese e un israeliano a confronto
Ieri sera sono stata all'incontro con Yousef ed Erik.
Sono rimasta seduta per un paio d'ore su una sedia, così al sicuro, così al riparo da tutto.
Ero esposta solo alle loro parole. Che in realtà non è poco.
Erik ha voluto tratteggiare la storia del conflitto arabo-israeliano e poi ha parlato di Sderot, la sua città.
Raccontava che dal 2001 hanno cominciato a sentire degli scoppi: i razzi che partono dalla striscia di gaza. Molti abitanti di Sderot hanno lasciato la città. Lui invece vive ancora lì. Mi verrebbe da chiedergli che cosa lo spinge a restare..
Ci racconta che gli israeliani di Sderot e dei paesi vicini, vengono avvisati con un allarme quando viene lanciato un razzo dalla striscia e a seconda di dove si trovano, hanno tot secondi per nascondersi, nei bunker che hanno disseminato qua e là.
I palestinesi no. Loro non hanno avvertimenti. Possono solo sperare.
Poi ci racconta di Other Voice, la sua organizzazione, che non è politica ma ha come scopo il dialogo e lo scambio pacifico. Dice che è estremamente difficile riuscire ad incontrarsi con i Palestinesi così di solito si parlano per telefono. Molti hanno paura, da entrambe le parti, ma sempre più persone ci provano.
Penso a quanto siamo lontani.. mi viene da dire che parlarsi per telefono è come parlarsi a metà; poi mi sforzo di capire che è l'unica alternativa che hanno e che è già tanto..la mia coscienza occidentale perplessa, si deve scuotere.
Poi prende la parola Yousef, evidentemente combattuto.. penso che impulsivamente lascerebbe quella sala e se andrebbe. Ma fortunatamente non lo fa; rimane e parla con noi. Abbraccia Erik perchè sa che è l'unica via possibile. Ma io penso a quanto possa essere difficile essere calpestati per anni ed anni, essere incolpati per aver reagito e alla fine di tutto..dover abbracciare il "nemico". Lui lo sa, come uomo, come padre e come educatore, che questa è la strada da percorrere.. ma soffre ancora molto, soffre attraverso i suoi parenti che sono là..soffre per i suoi ricordi..
Ci racconta di sua madre, anziana, che nonostante sia in guerra da quando aveva 6 anni, ancora ha delle speranze. E gli chiede che cosa la comunità internazionale sta facendo per loro..Yousef non sa che rispondere, minimizza, le dice che le cose si stanno muovendo... Yousef è triste, perchè in Palestina non c'era vita ieri, non c'è vita oggi..come può esserci vita domani?
Poi ci racconta di un'altra telefonata, in cui sua madre gli dice: "la gente con cui tu parli è viva, ma in realtà è morta..perchè non sente".
E io penso che davvero non sentiamo; anche io che stasera sono qui, le altre persone che riempiono la sala..che cosa sentiamo? In sala c'è tensione..Yousef emana vibrazioni forti, di dolori, sofferenze e passioni..sento che per lui è stato uno sforzo enorme essere qui..perchè se razionalmente sa che Erik non è il governo israeliano, irrazionalmente è quello ciò che vede. E penso che stia facendo qualcosa di talmente importante, che neanche possiamo capirlo..noi seduti su queste poltrone.
Ci dice che noi siamo la speranza, per tutti i palestinesi. . che l'educazione che lui fa a Gaza, è un antidoto alla violenza, per costruire pace e democrazia.
Poi la sua voce si alza ancora di qualche tono..ci ripete che siamo la speranza..ma che in un certo senso siamo anche responsabili.
A quel punto vorrei guardare le facce di chi ho intorno, ma forse non ne ho il coraggio..sento due mani che applaudono ma che nessuno segue.
La verità è che Yousef ha ragione. Che quello che Erik sta facendo è fondamentale.
Tuttavia, mi rimane una sensazione strana quando me ne vado.. il timore che sia una strada senza uscita.. la paura di non sentire niente. Ancora una volta mi sento impotente.
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Ju