RIFLESSIONE E SILENZIO di Andrea Canevaro
A proposito del caso Englaro. Più il tempo passa e più comprendiamo quanto sia necessaria la riflessione, più che il clamore mediatico: di fronte a temi di questa portata non si può semplicemente sottoscrivere una petizione di appartenenza a uno schieramento. Per un cristiano come per un non cristiano, l’appartenenza di schieramento in questi casi deve essere accompagnata da un processo di coscienza e non può rapportarsi a opinioni “a priori”, per autorevoli che siano, come se fosse iscritto ad una associazione e, nel momento in cui non si trovasse più in accordo, potesse semplicemente non rinnovare la quota di adesione, e magari uscire sbattendo la porta.
L’appartenenza più onesta è quella che contribuisce con una propria riflessione, rischiosa, difficile, forse sofferente. L’appartenenza non è passività ma è farsi carico di una posizione di coscienza.
Non è tanto possibile comportarsi passivamente per chi, di fronte a problemi del genere, deve ragionare con la propria testa e con la propria riflessione. Non può farlo diventare un elemento in qualche modo “derivato dall’appartenenza ad uno schieramento che “ha già pensato tutto” e la semplice appartenenza dispensi dal pensare. Non si può neanche ritenere che l’iscrizione vincoli e non permetta di pensare oltre un certo limite. Un individuo deve poter continuare ad essere appartenente a quella associazione o quello schieramento, anche se le sue riflessioni non fossero in sintonia con la posizione ufficiale. Il primato è della coscienza.
Le posizioni assunte ufficialmente, sono indicazioni di massima. Se dovessero essere prese alla lettera per una situazione precisa, si rivelerebbero di dubbia ragionevolezza: c’è una difficoltà a stabilire qualcosa che l’intelligenza di un Papa (Giovanni XXIII) aveva connotato sotto la distinzione tra errore ed errante. E l’errante è , per la grande ricchezza polisemica delle parole, chi sta vagando, forse cercando di uscire dal chiuso di un cenacolo scelto per paura. Per chi ha pratica della Bibbia, e in particolare del Nuovo Testamento, i due di Emmaus erano in quelle condizioni: erravano non nel senso che sbagliavano ma in quello che significa “mettersi per strada”, accettando la compagnia di uno sconosciuto.
Nel caso di una situazione specifica che ha un nome e un cognome dichiarare l’errore sembra quasi voler mettere la croce addosso all’errante, intendendolo unicamente come “colui che sbaglia” mentre l’errante potrebbe essersi posto in salvo proprio essendosi messo per strada. E’ quello che in qualche modo dovremmo riflettere.
Nella vicenda Englaro, dovremmo riflettere sul fatto che un accertamento giudiziario ha permesso di conoscere le decisioni prese dalla protagonista (suo malgrado) e a suo tempo comunicate ai familiari in termini tali da rendere difficile la messa in discussione di una scelta e di un’opzione per la sospensione delle cure. La trasformazione di una situazione del genere in una grancassa mediatica ha fatto sì che ciascuno si sentisse impegnato più nel difendersi dalle ingiurie e nell’ingiuriare chi avesse un’opinione diversa dalla propria. Una modalità da tifoseria calcistica, che antepone le urla contro gli avversari all’attenzione al gioco sul terreno.
Nessuno di quelli che esprimono opinioni ha dato prova di avere realmente letto quello che hanno stabilito i giudici della Corte d’Appello di Milano. Dovemmo presumere che abbiano avuto modo di approfondire, in parecchi mesi di lavoro, le ragioni sostanziali di una scelta. Nessuno sembra aver letto quelle argomentazioni; ma molti parlano esprimendo un’opinione senza dubbi e senza riserve. Lo fanno da posizioni che, in qualche modo, sono rappresentative di poteri, culturali, morali, religiosi, politici. Questo è un elemento che rende difficile la riflessione. Ciascuno dovrebbe riflettere a partire dalla propria visione delle cose e della propria -diciamo così – competenza professionale.
Sembra necessario chiarire alcune questioni:
- nelle relazioni di aiuto tutte le pubblicità e tutte le trasformazioni dell’aiuto in uno spettacolo mediatico nuocciono: fiaccolate, petizioni, ricorsi ad implorazioni al Capo dello Stato sono stonate e fuori luogo, con un’inevitabile funzione di distruzione della verità;
- le relazioni di aiuto, se tali devono essere, devono rimanere in una circoscritta visione della relazione stessa: devono stare nella relazione e non andare oltre. Aiuti realizzati attraverso grandi sforzi di raccolta di sottoscrizioni a petizioni, di raccolta di denaro, di pubblicità per avere sostenitori, rendono dal tutto marginale la relazione, e quindi falsificano l’originalità di una situazione per farla diventare il vessillo di un’opinione, di una categoria, forse di un progetto altro, forse di una crociata. E diventa più spettacolare condannare un errore o affermare la possibilità dell’errore piuttosto che entrare in relazione con l’errante. La pubblicità impedisce la relazione: questo è il primo punto, secco e preciso.
- la relazione di aiuto non può andare contro la volontà del soggetto che viene aiutato. Ci sono delle situazioni di totale emergenza, e si può immaginare la più banale: una persona sta affogando, chi è sulla riva non ci pensa due volte e se sa nuotare si butta in acqua per fare in modo che non affondi, successivamente si stabilisce una relazione. L’emergenza quindi non permette di poter predisporre una relazione perché ci sia l’aiuto ma fa scattare l’aiuto e poi nasce la relazione. Ma da quel momento occorre uscire dall’emergenza e passare al servizio di chi viene aiutato, senza propositi né espliciti e tanto meno mascherati di prevaricazione nei confronti della volontà dell’aiutato.
- qualcuno potrebbe obiettare che la sua volontà è in qualche modo coartata da circostanze che la rendono quasi nulla. Ebbene, chi aiuta deve, nonostante questo, acquisire credibilità e offrire possibilità che quella volontà sia capace di assumere delle decisioni maggiormente che non nelle situazioni di penuria, di povertà, di miseria, ecc. ecc.
- in una condizione di salute in progressivo aggravamento quello che è opportuno fare è essere vicini, accompagnare, e nell’accompagnamento non mettere la propria volontà al primo ma al secondo posto. Questo è un elemento che in termini antichi si chiama carità: modellare il proprio aiuto non sulla propria volontà e le proprie aspirazioni che a volte sono anche il proprio narcisismo ma sulla volontà e le aspirazioni dell’altro. Con la fiducia che l’accompagnamento possa anche provocare cambiamenti. Ma se questi non avvengono, non possiamo dettare condizioni.
- queste considerazioni richiamano qualche saggezza evangelica, rievocando le pagine in cui si racconta di due discepoli che dopo la morte in croce di Gesù non tollerano molto il vivere sempre chiusi nella paura e si incamminano per altre mete, vanno verso Emmaus. Infatti la pagina è ricordata per chi ha familiarità con queste saggezze di un testo religioso. I due di Emmaus si incamminano e incontrano qualcuno. Questo qualcuno si rivelerà essere proprio quel Gesù Cristo che era stato condannato e in cui loro avevano posto le speranze che sembravano essere andate deluse. Gesù si rivelerà dopo un percorso – una giornata di cammino – durante il quale oltre a parlarsi si stancano insieme e sembra che la rivelazione sia il frutto della stanchezza vissuta insieme, dell’avere messo della polvere nei sandali e nei piedi, nell’aver raggiunto insieme dopo un lungo cammino un posto dove sedersi e mangiare; è allora che avviene la rivelazione. La rivelazione, dunque, non può essere un’imposizione, deve essere un far strada insieme. Allora ci si domanda come possano pretendere di imporre una verità coloro che non hanno neanche conosciuto minimamente i familiari o la situazione.
- altre pagine di saggezza derivante dai testi evangelici vengono dal racconto di una persona che viene assaltata da briganti, ferita, derubata e lasciata ai margini della strada. Passa un nemico che però antepone al fatto di essere nemico il fatto di avere visto una persona in stato di bisogno. E dunque che fa? Non cambia del tutto i propri programmi, ma fa in modo da dargli un primo soccorso, accompagnato dalle disposizioni per l’ospitalità in una locanda, dovendo egli proseguire per il proprio lavoro ma rassicurando gli albergatori che al suo ritorno avrebbe verificato che cosa era stato fatto, saldando il conto. Operazione interessante per riflettere come l’aiuto non debba diventare professione ma possa essere qualcosa che si inserisce in altre professioni.
- la mediaticità con cui si è trattato il tema, ha fatto sì che nascessero dei desideri di diventare persone che si occupano di aiuto in maniera quasi professionale. Questa è una situazione non nuova e certamente pericolosa perché certamente ci sono delle professioni che hanno più competenza specifica per aiutare: il medico certamente è la persona più adatta per un malato. Ci sono professioni per cui non bisogna cambiare professione, bisogna poter portare la propria umanità a partire dal fatto che si faccia l’impiegato di banca e che si vada a trovare una persona malata, e l’aiuto che si da è il frutto di una buona organizzazione del proprio lavoro di impiegato di banca che permette di liberare del tempo senza con questo trovare delle giustificazioni per un eventuale cattivo rendimento in banca.
- la dinamica dell’aiuto deve poter permettere a tutti di uscirne non sconfitti. E’ una delle regole base delle relazioni di aiuto. Alla conclusione o in corso d’opera, nessuno deve essere messo sul banco degli imputati, e tutti devono poter avere qualche giusta ragione per uscirne senza sconfitta. Nel caso di cui parliamo sembra quasi che ci sia una organizzazione-tifoseria, con possibilità anche di travisare i fatti. Non contiamo che sia sensato dire che chi ha molta conoscenza delle situazioni analoghe a quella di Eluana Englaro abbia più voce in capitolo perché l’originalità della situazione deve essere l’originalità della relazione d’aiuto